(da: Franco Marzatico, voce della Enciclopedia Archeologica, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, in corso di stampa.)

A Catone il Vecchio si deve la prima menzione del termine “retico”, utilizzato per identificare un vino molto apprezzato, come confermano diverse fonti che ne indicano la zona di produzione nella terra natia del “dotto” Catullo, nel veronese, alle falde del territorio dei Reti. (Servio A.2.95; Strab., IV.6.8., Virgilio Georg. II 93-96; Marziale Epigr. XIV 100; Plin., Nat. hist. XIV 16, 67; Columella III 2,26-30; Svetonio Aug. LXXVII). I limiti dell’area assegnata a tali popolazioni sfuggono peraltro ad una dettagliata identificazione. Le notizie tramandate dalle fonti greche e romane sono infatti scarse, incidentali e talvolta parzialmente contraddittorie. Alla stirpe dei Reti sono ad esempio riferiti, oltre ai Camuni, Rucanti e Cotuanti, anche i Leponzi (Strab, IV.6.8.) che sotto il profilo archeologico si collocano però nel gruppo culturale di Golasecca dell’Italia nord occidentale, appartenente, dal punto di vista linguistico, alla famiglia celtica.
Sulla base di quanto riferiscono in particolare Strabone e Plinio il Vecchio, è comunque possibile, seppure a grandi linee, circoscrivere nell'area alpina centro-orientale il territorio dei Reti, dove Polibio colloca uno dei quattro valichi alpini, “tutti scoscesi” (Strab., IV.6.12). Secondo le sommarie indicazioni disponibili, la zona attribuita ai Reti si estendeva, da sud verso nord, oltre Como e Verona fino alle terre solcate dal Reno e al lago di Costanza e, verso est, fino al Norico abitato dai Celti (Strab., IV.3.3; 6.6; 6.8; 6.12; V.1.6; VII.1.5; 5.1, 2; Plin., Nat. hist, III, 130; 133; 146; XIV 67; Cassio Dione Cocceano 54.22.1). Rilevando come i Reti fossero divisi in molte comunità, Plinio attribuisce Verona agli Euganei e ai Reti, mentre Trento, Feltre e l'ignota Berua sono definite come centri (oppida) dei Reti (Plin., Nat. Hist., III, 130). D’altro lato, Pompeo Trogo e Tolomeo qualificano Trento come città dei Galli, ma si tratta di una connotazione che non trova riscontro nella documentazione archeologica (Pompeo Trogo presso Iust., XX.5; V.7-8, Ptol. Geog., III.1.31).
Allo stato attuale delle ricerche infatti, nel tratto settentrionale del bacino dell’Adige non sono stati identificati stanziamenti celtici, seppure a fronte del diffuso manifestarsi in tutta l’area alpina retica, a partire dal IV sec. a.C. fino ai tempi della romanizzazione nel I sec. a.C., di rilevanti influssi celtici, per quanto riguarda soprattutto elementi d’ornamento e d’armamento. Livio riferisce che "senza dubbio" dagli Etruschi discendono i Reti, (Liv., V, 33), mentre Plinio sembra assumere al riguardo una posizione di maggiore prudenza, affermando che "si reputa" una derivazione dei Reti dagli Etruschi, espulsi dalla pianura padana nell'area alpina in seguito alla pressione dei Galli (Plin., Nat. hist., III, 130). Il nome dei Reti è collegato a quello di un condottiero capostipite - Reto - in modo implicito nell'opera di Plinio (Plin., Nat. hist., III, 133) ed espressamente in quella di Pompeo Trogo (Pompeo Trogo presso Iust. XX, 5).
La considerevole diversità fra le testimonianze archeologiche del territorio etrusco e di quello alpino ascritto ai Reti e il riconoscimento in quest'ultimo ambito di specifici aspetti culturali, con fenomeni di continuità insediativa, di culto e in aspetti della produzione ceramica, escludono peraltro chiaramente una filiazione dei Reti dagli Etruschi. Il significativo influsso di questi ultimi nell’area alpina centro orientale è comunque documentato ampiamente soprattutto nel contesto della Cultura di Fritzens-Sanzeno che deve il proprio nome a due località, ubicate rispettivamente nella Valle dell’Inn e nella Valle di Non. Tale aspetto culturale si sviluppa, fra la seconda metà
del VI e il I sec. a.C., sulla base dei precedenti sostrati culturali locali (hallstattiano e di Luco/Laugen-Meluno/Melaun), in gran parte dell’area retica, corrispondente agli odierni Trentino-Alto Adige/Südtirol, Tirolo e Bassa Engadina. Sulla base di questa coincidenza territoriale, una parte degli studiosi considera la cultura di Fritzens-Sanzeno come l'espressione materiale dei Reti o di buona parte di essi.
Ai contatti con il mondo etrusco si devono l’adozione in tale ambito di caratteri dell’alfabeto nord-etrusco, l’importazione di beni suntuari, l’assunzione dell’ideologia del simposio e del banchetto e di elementi iconografici di matrice etrusco-italica.
Nel territorio alpino centro orientale attribuito dalle fonti ai Reti si riconoscono altri aspetti culturali accanto a quello più evidente di Fritzens-Sanzeno, identificabile innanzitutto in base alla peculiare produzione ceramica, alla diffusione di caratteristici attrezzi in ferro quali zappe/vomeri e chiavi, di oggetti d’ornamento e di iscrizioni nell’alfabeto detto di Sanzeno, nonché nella tipologia edilizia (nelle cosiddette case retiche) e nelle manifestazioni di culto. In Valcamonica, Valtellina, Valtrompia, Valsabbia e nelle Giudicarie si localizza il gruppo Valcamonica, caratterizzato dalla presenza di boccali con appiattimento in corrispondenza dell’ansa e di iscrizioni camune. Nelle Prealpi venete si distingue il Gruppo di Magrè, dove interagiscono influssi della Cultura di Fritzens-Sanzeno e veneti mentre a nord ovest si localizza il Gruppo alpino della Valle del Reno.
Nelle brevi menzioni delle fonti antiche i Reti sono descritti come popolazioni rese selvagge dall'asprezza del loro territorio, bellicose, armate di asce amazonie, dedite a scorrerie, un pericoloso ostacolo al libero transito attraverso le Alpi (Strab., IV.6.6.; 6.8.; V.1.6.; Orazio Carm. IV 14 7-6, 17-22). Difficile è stabilire fino a che punto queste notizie corrispondano alla realtà o siano condizionate da intenti encomistico-propagandistici che si colgono apertamente nell'opera di Strabone. La politica espansionistica di Roma a danno dei popoli alpini, coronata nel 16-15 a.C. con le guerre retiche, condotte vittoriosamente da Tiberio e Druso, i figli di adottivi di Augusto, è infatti legittimata con la necessità di rendere più sicuri e agevoli al transito i valichi alpini (Strab., IV.6.6.).
Le fonti non chiariscono purtroppo quali fossero i caratteri ritenuti distintivi dei Reti, se propriamente etnici, linguistici, politici, geografici, religiosi od altro e non è accertabile se le popolazioni così chiamate avessero un qualche senso di appartenenza e identità. Queste lacune informative hanno determinato l’insorgere fra gli studiosi di un dibattito, tuttora in corso, che riguarda l'effettiva connotazione dei Reti. Verso la fine del 1960 da Osmund Menghin è stata avanzata l’ipotesi che non fossero una popolazione o un'unità culturale o politica ma che potessero essere un gruppo di culto. Questa tesi si è alimentata anche per la presenza in Valpolicella di un'epigrafe che menziona un sacerdote dei sacri luoghi dei Reti, per l'assonanza del loro nome con quello della divinità veneta di Reitia e per la problematica assenza del loro nome sul Tropaeum Alpium, il monumento eretto nel 7-6 a.C. a La Tourbie di Monaco per celebrare la vittoria di Augusto sui popoli alpini. Depone d'altro lato a favore dell'effettiva connotazione etnica dei Reti, non solo quanto riferiscono le fonti già citate, ma anche un importante documento epigrafico scoperto in Turchia, in Caria, nel Sebasteion di Afrodisia che menziona in epoca giulio-claudia un ethnos dei Reti.
La diffusione differenziata di monete romane repubblicane, fibule, recipienti in metallo e ceramica di derivazione padana ci informa che una parte delle popolazioni insediate nel territorio retico fu romanizzata attraverso un processo di progressiva acculturazione e che le guerre retiche coinvolsero solamente alcune aree dove tali testimonianze sono sporadiche e dove si rileva la brusca interruzione di abitati e luoghi di culto.
L’introduzione del termine “cultura Fritzens-Sanzeno” si deve agli scritti di Benedikt Frei successivi agli scavi condotti negli anni ‘50 a Montlingerberg (nel comune di Oberriet), nel Cantone svizzero di S. Gallo, dove era stata accertata finalmente su base stratigrafica la sequenza tipologica delle caratteristiche ceramiche diffuse nell’area alpina centro-orientale.
Riferendosi ad analoghi materiali rinvenuti nelle due estremità geografiche rappresentate dai siti di Fritzens e Sanzeno, ubicati rispettivamente a nord dello spartiacque alpino nella Valle dell’Inn e a sud nella Valle di Non, venivano poste le basi per un più dettagliato riconoscimento della particolare entità culturale sviluppatasi in questo territorio alpino, dalla fase tardo Hallstattiana (fine del VI secolo a.C.) fino alla romanizzazione (I secolo a.C.).
(…) Mentre nel contesto degli studi transalpini il richiamo al termine cultura Fritzens-Sanzeno è costante, nell’ambito degli studiosi italiani e svizzeri viene frequentemente sostituito da espressioni con significato equivalente, quali “cultura od orizzonte” retico. Ciò sulla base della corrispondenza, a grandi linee, del territorio interessato da questo particolare aspetto e quello attribuito dalle fonti antiche ai Reti.
Lo strumento principale utilizzato per la definizione culturale del gruppo Fritzens-Sanzeno è rappresentato dalle ceramiche e in particolare dalle tazze e brocche, che ne segnano in modo macroscopico l’estensione territoriale e di influenza. (Franco Marzatico)